Quando le cavallette vennero in città – Vincenzo Restivo

(6 recensioni dei clienti)

Andy Lasso, ragazzo orfano di padre fin dalla nascita, ha sette anni quando sua zia Luisa muore suicida nella casa in cui viveva con la madre Rachele e la nonna Colette. Da quel tragico giorno passano ben diciotto anni, ma Andy nutre ancora dei dubbi sui motivi che spinsero la zia a compiere un gesto così disperato ed è convinto che la madre e la nonna gli stiano nascondendo la verità. L’incontro con il misterioso Blu Sand, figlio della “strega” Rosi Testadimorto, sarà la chiave di volta che permetterà a Andy di dare risposta alle innumerevoli domande che lo condurranno a scoprire non solo il perchè del suicidio della zia ma anche altre tragiche verità che legheranno per sempre la vita dei due ragazzi.

 

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6 recensioni per Quando le cavallette vennero in città – Vincenzo Restivo

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    Alessandro Margheriti

    Leggere questo libro è come assistere alle riprese di un film.
    C’è la stessa suspence magistrale tra una scena e la successiva, lo stesso stupore che ti lascia attonito di fronte ai colpi di scena e le rivelazioni ma anche qualcosa in più.
    Gli attori sembra che conoscano a menadito la loro parte, snocciolano le loro battute sicuri di sé per cui non c’è bisogno di ripetere più volte la stessa scena, ma il regista ci dà la possibilità di vedere la stessa scena da angolazioni diverse e con occhi diversi.
    Al cinema avremmo apprezzato solo il montaggio finale.
    E poi c’è questa cosa quasi commovente delle pause tra una scena e l’altra, quando agli attori viene concesso di rifiatare per un po’ e il regista ti offre una tazza di tè (immancabile in questo romanzo) e nel frattempo si lascia andare a riflessioni personali e profonde, ti svela vecchi segreti di famiglia o ti mostra foto ormai sbiadite come fossero appunti o schizzi di uno storyboard. Ti prende per mano, ti accompagna, ti dice cosa osservare o dove metterti per notare meglio alcune cose.
    Viste così le scene della tragedia sono ancora più interessanti.
    E poi ci sono i momenti in cui preferisce la solitudine, si apparta per qualche minuto per scribacchiare qualcosa o scattare foto qua e là.
    Forse più tardi ce ne spiegherà la ragione davanti a una tazza di tè.
    Ma sono proprio questi momenti più intimi, spesso appena accennati, ad impreziosire il libro, di cui ho amato soprattutto l’attenzione per certi dettagli, per i colori (da un rosso che impregna e si rifiuta di scomparire a un nero piumedicorvo sulla pelle color latte); in un romanzo crudo come questo addolciscono, sono come un abbraccio a notte fonda quando il sole ancora non vuole saperne di sorgere.

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    Rebecca

    Una storia come poche se ne trovano tra gli scaffali degli autori italiani contemporanei. Coinvolgente, nostalgica, cruda e scritta con uno stile molto particolare e personale. Una lettura scorrevole che fa venir voglia di leggere poi altro dello stesso scrittore. Da leggere!

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    Manuela (proprietario verificato)

    La citazione dall’Apocalisse di San Giorgio, che fa da premessa al romanzo, sin dall’inizio identifica le cavallette come metafora di distruzione, riconducibile non solo ad una rovina tangibile, quella dei campi infestati dagli insetti, ma soprattutto alla rovina simbolica dei rapporti umani, alla corruzione delle anime e all’infelicità causata nelle persone dall’odio e dall’intolleranza.
    E infatti la storia che si narra è un avvincente racconto a tinte fosche, una storia torbida, che prende vita da un sentimento di rancore, da un atteggiamento di cieca chiusura e incomprensione, quello che fa prevalere il lato più oscuro dell’animo umano, incattivendo le persone.
    Ed è proprio un’immagine drammatica e luttuosa ad aprire il racconto, quel rosso che imbratta le piastrelle del bagno, con il suo odore di ruggine, e che finisce per diventare un leitmotiv che ritorna in diversi punti della trama, sempre con un certo valore simbolico. Il romanzo è in generale molto ben costruito, basato su una serie di parallelismi e richiami costanti tra elementi che assumono un nuovo significato quando vengono messi in relazione con altri, come le tessere di un puzzle che devono essere ricomposte, affinché tutto possa ‘tornare al proprio posto’.
    Ma una volta ricomposti tutti i rapporti e le relazioni, una volta risolti i contrasti e appianati tutti i turbamenti dell’animo il cerchio può essere finalmente chiuso e quell’immagine di serenità e pace immortalata in quella che sembra essere la fotografia sbiadita di un paradiso perduto per sempre, può riacquistare nuova luce e colore.

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    Simona (proprietario verificato)

    “Come le foto intrappolano i momenti, li congelano, li immobilizzano così la vita fa l’esatto contrario: prende quei momenti e li accartoccia, come si fa con un pezzo di carta vecchia, li brucia, li consuma e li trasforma in piccoli granelli di cenere scusa, irriconoscibile, così tanto da far paura.”

    Un libro letto in due giorni, una storia che ti trascina con sé nell’abisso dei sentimenti umani.
    Amore, amori incompresi, amori malati, e la penna di uno scrittore capace di trasformare in immagini quelle parole che, altrimenti, rimarrebbero per sempre chiuse in fondo ad un cuore… ad una lapide.
    Paure poi, l’odio che uccide ciò che non comprende, un segreto tenuto nascosto da occhi distanti e pagine da sfogliare con la bramosia di una risposta, di un sussurro che renda tutto più chiaro.
    “Quando le cavallette vennero in città” è un romanzo da leggere, ma questa potrebbe sembrare una constatazione inutile, dettata da gusto personale: e sia, ma lasciatemi dire che in quelle pagine troverete dolore, rabbia, amore, attese, luci ed ombre. Non è un racconto facile, non è una classica storiella d’amore, di crescita, di cambiamento: no, è una storia dura, forte, incentrata sull'”amore nero”, quello che distrugge i cuori, quello che porta dolore, quello che separa le anime, ma al contempo le unisce.
    Non posso aggiungere altro, sarebbero solo parole perdute ed inutili, leggere il libro è l’unica risposta da cercare.

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    William

    La prima cosa che colpisce immergendosi nel secondo lavoro di Vincenzo Restivo, “Quando le cavallette vennero in città”, è la forte presenza del colore: a partire dal nome di uno dei protagonisti, Blu come il parco delle farfalle, luogo etereo e suggestivo che rimanda alla fanciullezza. Tutti noi, io credo, conserviamo nel cuore un giardino la cui dolcezza possiamo assaporare ricordandocene. “All’inizio ci fu il rosso”, scrive l’autore, e tu quel rosso lo vedi solcare il bianco delle mattonelle del bagno contaminando la purezza dell’infanzia placida in cui era vissuto fino a quel momento Andy Lasso, vera star del romanzo; un rosso che si fa ruggine e capisci subito essere sangue perché Restivo te ne fa sentire l’odore ferroso. E poi il nero, colore dominante nella silhouette di Rosi Testadimorto, nero come l’amore difficile da raccontare ma che emerge in ogni pagina.

    Questo è uno dei motivi che mi fanno pensare all’Impressionismo e, di conseguenza, vedere Restivo come un piccolo Monet della letteratura: conosciamo infatti l’importanza del paesaggio nel movimento ottocentesco, il primato della soggettività a discapito dell’oggettivo, il mondo dipinto o raccontato dalla visuale dell’artista che non cela le proprie emozioni ma anzi le porta all’esterno a partire dalla sua anima, plasmando la realtà circostante. Ebbene, fedele alle leggi sull’accostamento dei colori teorizzate da Eugène Chevreul, lo scrittore casertano dipinge la sua tela “en plein air” e le sue pennellate, perentorie e ampie, avvolgono case, alberi, oggetti e persone rivelando un interesse che si focalizza più sul colore che non sul disegno: nel romanzo cioè la trama è solo un pretesto irrilevante se paragonato alla voglia/bisogno di raccontare dell’artista.

    La scelta di toccare argomenti delicati evidenzia a mio parere uno scrittore che si ribella alle convenzioni, un po’ come il suo Andy. Ma Restivo tocca spine pungenti come l’abuso sessuale, l’emarginazione e l’ignoranza senza dimenticarsi di farci notare le rose che li sovrastano, trattando argomenti delicati senza cadere nel tranello della rivalsa né della volgarità, e offrendoci invece un quadro soave da gustare nel suo insieme. E, a proposito di Monet e dei suoi amici, devo necessariamente citare l’analogia con un’opera che fin dalle prime pagine mi è tornata alla mente leggendo il romanzo, “Sébastien Roch” di Octave Mirbeau, primo e forse unico scrittore impressionista nel vero senso del termine. Fu lui a sdoganare il tabù delle violenze sessuali ai danni di adolescenti perpetrate nei collegi da parte dei sacerdoti e, se anche Restivo non ne avesse letto a riguardo, questo conferma la tesi iniziale: il giovane autore, forse non del tutto in maniera consapevole, rispolvera la scuola dell’Impressionismo servendosi di immagini di bellezza assoluta (il sole dorato di ottobre che filtra attraverso le dita, l’edera che si arrampica lungo la casa della “strega”). Questo non è un libro che ti prende: ti avvolge. 160 pagine, 3 suicidi, discriminazione, pedofilia, pathos, il tutto narrato con naturalezza e tu non vedi l’ora di procedere per scoprire nuovi elementi, ma sei combattuto perché eccoti un’altra meravigliosa descrizione che ti obbliga a fermarti, a rallentare la velocità per assaporare il bello che l’autore ha saputo fermare sulla carta.

    Curiosa poi la scelta di ambientare il romanzo in un paesino che non potrai mai localizzare: non costituiscono un buon indizio i nomi dei personaggi – alcuni spagnoleggianti, come Andrés e Angel, altri francofoni (Colette, Nicole). È probabile che l’intenzione dell’autore fosse quella di rappresentare una minuscola comunità ideale, chiusa in sé e avvezza al pettegolezzo, sempre in attesa di un qualche scandalo per sferrare qualche colpo basso alla monotonia della propria routine. Un paese così, penso, lo abbiamo conosciuto tutti e potrebbe essere il mio, il vostro, uno qualunque e questa è dunque un’altra intuizione vincente dello scrittore.

    Ora, come ogni romanzo di formazione anche qui assistiamo all’evoluzione del protagonista. Devo confessare però che le mie preferenze vanno a un personaggio solo in apparenza secondario, la nonna di Andy, la quale è forse colei che più di chiunque, seppure in ritardo, porta a compimento il proprio percorso di maturazione personale. Troppo forte è il richiamo del sangue, e in un battere di ali l’arcigna cartomante si trasforma nella nonna amabile che tutti vorremmo accanto. Perché è vero, è più facile odiare che capire e la spiegazione ha una sua logica. Capire deriva da “capio”, ma la traduzione di questo verbo latino significa in realtà “prendere, afferrare”. Per capire, soprattutto una persona, è necessario afferrarla quasi in senso fisico e, per poterla afferrare, dobbiamo andarle incontro, fare un passettino verso di lei. Spesso però ce ne guardiamo bene dal capire/afferrare qualcuno, questo passetto non ci decidiamo a compierlo, specialmente se la persona da com-prendere ha un altro colore, altre idee o, in una parola sola, è diversa da noi. Ma se l’ha capito la nonna di Andy, che pure aveva i suoi anni e il passetto alla fine l’ha fatto, forse siamo in grado di imitarla tutti.

    Concludo con due parole su Blu, questo ragazzotto che arriva a scombinare la grigia tranquillità della cittadina e viene visto come il classico elemento di disturbo, la compagnia da non frequentare, colui che distruggerà la famiglia di Andy completando quanto cominciato anni prima da sua madre. E che invece, a ben guardare, finisce con l’essere il vero collante tra i “Montecchi” e “Capuleti” descritti da Restivo. Mi piace pensare che sia proprio lui, Blu, quel ponte che il sindaco non ha mai ultimato e grazie al quale, finalmente, i paesani usciranno dal loro isolamento.

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    Maria Giraldi

    Quando le cavallette vennero in città di Vincenzo Restivo
    “…….come le foto intrappolano i momenti, li congelano, li immobilizzano così la vita fa l’esatto contrario: prende quei momenti e li accartoccia,come si fa con un pezzo di carta vecchia,li brucia e li trasforma in piccoli granelli di cenere scura,irriconoscibile,così tanto da far paura.”….ciò che in questo romanzo l’autore ci narra però è come questi “momenti” risorgano come araba fenice dalle loro ceneri,perché la verità della vita necessita di essere raccontata.
    Non e’ un caso quindi che le attività’ preferite dal protagonista, Andy, siano la fotografia, da sempre rivelatrice di anime, l’ossessione della L-U-C-E e rovistare e perdersi nella soffitta di casa, ove la verità delle vite delle persone a lui care sono state riposte in un sorta di “celato limbo”. Ma perché queste verità si rivelino bisogna essere pronti a “vederle”, ne sono un esempio il racconto del dipinto riflesso nello specchio: e’ da tempo immemore che esso e’ posto lì, da sempre riflesso in quello specchio ma a vederlo per la prima volta è Blu, forse perché ad egli esso vuole svelarsi, o ancora la metafora della”preveggente”cartomante nonna la quale è forse la più cieca dinanzi alla vita.
    Attraverso un elegante percorso narrativo, senza mai incappare nella pericolosa trappola della retorica, l’autore ci mostra le varie forme che la verità assume per ognuno di noi, i suoi colori che vanno dal rosso…..all’inizio ci fu il rosso…… al nero più oscuro,quello dell’animo umano ove vi sono celati i tormenti più logoranti, al cui cospetto anche la piaga apocalittica delle cavallette diviene un tormento più sopportabile anzi una sorta di liberazione <>. Il vero tormento, quello che fa bramare la morte è la menzogna, ma non quella degli altri ma quella che raccontiamo a noi stessi,che ci spinge ad odiarci e ad odiare, quello capace di trasformare il sentimento più puro in un mostro capace di farci respingere il nostro stesso sangue, o all’opposto giustificarlo, commiserarlo per i suoi atti più meschini o peggio amarlo nel modo più perverso e malato.
    Omertà,omofobia, odio, intolleranza, pedofilia e morte, sono questi i temi principali di quest’ opera ma a fargli da contrappunto vi e’ l innocente storia d’amore di due ragazzi, che attraverso un viaggio di ricerca scoprono se stessi e che l’unica cosa limpida in questo loro mondo è il loro amarsi bisbigliato!

    Nella sua dedica personale l’autore mi ha augurato di ritrovare un po’ di me in questa storia,ma nessun personaggio mi è sembrato affine alla mia anima, ma forse è qui che risiede il valore della sua penna, pur non riconoscendomi in essi mi sono ritrovata compagna di viaggio di Andy e Blu, ho sentito l’odore di tabacco e menta di Blu, mi sono impolverata le mani in soffitta con Andy……e ho socchiuso la porta dinanzi al dolce e tenero bacio di Blu sulla nuca di Andy…….. grazie per questo meraviglioso viaggio!!!!!
    Maria Giraldi

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